Bresciaoggi

Mercoledì 7 Marzo 2001

«Agro di spirito» ha chiuso la rassegna dedicata alle artiste bresciane

Odeon, l'ultima danza

Un originale spettacolo curato da Marina Rossi

Terzo ed ultimo appuntamento sabato scorso al teatro Odeon di Lumezzane per Palcodanza, la rassegna dedicata alle giovani danzatrici bresciane. La compagnia Lelastiko-Corpoindanza ha messo in scena “Agro di spirito”, ultimo lavoro di Marina Rossi, che ne ha curato anche la coreografia. Uno spettacolo che ha colpito il pubblico soprattutto per la svolta operata a livello della narrazione e per musiche e scenografia. Senza tradire lo spirito che contraddistingue la sua danza, legata agli elementi semplici di una ricerca che vuole rimanere nell'al di qua della sperimentazione, priva di astrattismi, a contatto con il “terreno” e con ciò che è quotidiano, lo spettacolo di Marina Rossi ci ha raccontato di un mondo che, sebbene proiettato nel futuro, mostra la marginalità delle relazioni di un tempo attuale e l'esigenza di ricavarne un senso.
Il materiale scenografico recuperato in demolizione (le scenografie sono di Lidia Anita Petroni) ed i cappotti rigidi delle ballerine che le costringono a muoversi in modo goffo, ci proiettano in un contesto degradato, da civiltà postindustriale. E all'inizio non c'è quasi danza, ma solo i corpi che attraversano il palco in diagonale, camminando veloci, con un fare meccanico, da insetto; e non c'è relazione ma alienità da una figura all'altra, fino al punto in cui le danzatrici, libere dall'involucro che le trattiene (i cappotti) possono approdare ad uno spazio privato, intimo della loro relazione, sottolineato da musica classica.
I corpi allora cominciano a toccarsi, a comunicare, e si afferma una danza come apertura al momento attuale del vivere, dell'intrecciare esistenze, dell'essere pronti alla mutevolezza del divenire, che si traduce nell'impulso ad una improvvisa-azione aperta allo spazio e alla musica. L'azione delle danzatrici è sostenuta dalla musica prodotta dal dj Vittorio Guindani, che dal palco contribuisce a creare la coreografia disegnando un ambiente postmoderno, acido, in cui le tracce musicali vengono spezzate da fruscii e tilt, a cui rispondono movimenti spezzati e frammentari, a volte privi di direzione, ma sempre attenti a mantenere quel filo di concretezza della danza sul senso presente delle cose, come viene sottolineato nel finale attraverso l'improvvisa irruzione del colore, sparso da due marmitte che scendono dall'alto, su due tele verticali, e dalla forza della musica, a voler ribadire la scelta dell'essere presenti in modo definitivo alla propria scena.
l.b.

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